Se il nome non vende il piatto resta invisibile
13 Febbraio 2026
Apri il tuo menù e guardalo con onestà: sta raccontando qualcosa o sta solo elencando piatti?
Il nome di ogni proposta è il tuo primo cameriere invisibile: lavora per te oppure ti lascia solo a spiegare, convincere, giustificare il prezzo.
Quando scrivi “Filetto alla griglia”, stai specificando una funzione.
Quando scrivi “Filetto di manzo selezionato, griglia viva e riposo controllato”, stai vendendo esperienza, tecnica e qualità e il cliente percepisce valore prima ancora di leggere il prezzo.
La differenza sta nel livello di precisione.
Prima leva: specifica ciò che cambia la percezione. Origine, metodo, lavorazione. “Paccheri al pomodoro” diventano “Paccheri artigianali al datterino cotto lento”. Hai inserito artigianalità e tempo. Due parole, più valore.
Seconda leva: parole che fanno immaginare. Croccante, affumicato, mantecato, brasato, tostato. Sono termini che attivano sensazioni (il cliente compra ciò che riesce a visualizzare!).
Terza leva: dettaglio identitario breve ma deciso. Non serve una storia lunga, serve un tratto distintivo. “Risotto allo zafferano” diventa “Risotto allo zafferano mantecato al momento con burro di malga”. Tecnica + qualità. Fine.
Quarta leva: coerenza con il tuo posizionamento. Se sei contemporaneo, il linguaggio deve essere pulito e diretto. Se lavori sulla tradizione, inserisci riferimenti territoriali reali. Il menù deve parlare la stessa lingua del tuo locale.
Quinta leva: scrivi per vendere, non per riempire spazio. Elimina aggettivi vuoti come “squisito” o “fantastico”. Inserisci elementi concreti. Ogni parola deve avere una funzione economica: aumentare valore percepito e facilitare la scelta.
Quando sistemi i nomi del menù in questo modo succede una cosa molto semplice: che il cliente sceglie con più sicurezza, accetta prezzi più alti, percepisce qualità prima ancora di assaggiare.
E questo impatta direttamente sullo scontrino medio.
Ora tocca a te.
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